Intervista a Ticino Online

Pubblicato da Sara Bracchetti su Ticino Online

MANNO – I bitcoin? Un’opportunità di marketing aziendale, anzitutto. E, in prospettiva, un mezzo per “difendersi dalle decisioni arbitrarie che giocano con la moneta tradizionale e ci colgono impreparati”, come l’abbandono della soglia minima e le difficoltà conseguenti cui oggi si deve fare fronte. Bando alla paura, dunque: parola di Giacomo Zucco, esperto di tecnologie informatiche e Bitcoin, consulente della società svizzera Wmogroup Sa, head of business development per la start-up GreenAddress, partner della società di consulenza CoinCapital, collaboratore del Fatto quotidiano. Questa mattina, nel corso di un evento organizzato al tecnopolo di Manno dalla Camera di Commercio in collaborazione con la fondazione Agire, spiegherà “i benefici che si possono trarre da un suo utilizzo a livello aziendale”.

Zucco, benefici e bitcoin: sembra quasi un ossimoro. A quali vantaggi allude?
Per il momento, principalmente, la visibilità. Per una pizzeria che oggi decidesse di offrire possibilità di pagamento con i bitcoin, non ci sarebbero nel breve termine grossi benefici effettivi legati all’utilizzo della tecnologia: i clienti che ne usufruirebbero sarebbero al più poche decine. Ma il bitcoin è un ottimo biglietto da visita, dà rilevanza all’esercizio. Senza contare il fatto che, innalzando progressivamente il proprio livello di conoscenze, si sarà più preparati a gestire i bitcoin quando diventeranno standard.

Succederà?
Probabilmente non a brevissimo termine. Ma chi può saperlo, del resto. L’esperienza insegna che la diffusione delle tecnologie può essere anche molto veloce. Per le aziende, utilizzare bitcoin avrà davvero senso quando anche tutti gli altri lo faranno, non solo pochi pionieri. Accadrà: il bitcoin è vantaggioso, perché decentralizzato, sicuro, rispettoso della privacy e allo stesso tempo totalmente trasparente.

Mi perdoni: l’aggettivo poco si addice a una moneta additata come mezzo per riciclare denaro sporco, non trova?
Questa del bitcoin come strumento per riciclare denaro è una leggenda. Possibile che lo diventi, in futuro: e in effetti è uno strumento pensato anche in virtù delle sue garanzie di privacy finanziaria. Ma al momento non può essere così e la ragione è semplice: manca una capitalizzazione adeguata. Siamo onesti: oggi il riciclaggio è fatto con gli euro, con i dollari, con la compiacenza degli istituti di credito. Il bitcoin è trasparente, invece, perché tutti possono vedere dove si trovano le risorse e dove si spostano. Poi, certo, gli scambi avvengono tra indirizzi alfanumerici, non nominali: ma in caso di indagini ex-post, per crimini concreti, risalire alle persone è in qualche caso più facile di quanto non sia con i conti bancari.

Eppure è opinione condivisa che investire in bitcoin sia parecchio rischioso. Come la mettiamo?
Sì, è rischioso: perché è una tecnologia giovane. I rischi sono fondamentalmente due. Il primo è legato all’incapacità di utilizzare uno strumento nuovo. Si gioca con i bitcoin senza avere preparazione, facendo danni allo stesso modo in cui accadde con le e-mail appena cominciarono a diffondersi. Ma questo aspetto andrà a sistemarsi pian piano. In secondo luogo, le transazioni sono irreversibili. I bitcoin rubati dagli hacker sono dunque effettivamente persi. Ma anche in questo caso è questione di tempo. Un sistema reversibile si può costruire su un sistema irreversibile, mentre non vale il viceversa.

Dunque a suo avviso non c’è dubbio: il bitcoin vincerà sulla paura?
Le premesse ci sono. Il bitcoin ha diversi vantaggi: la quantità in circolazione non dipende da un ente centrale fiduciario ma è predefinita, è una forma di “cash”, ma come il denaro elettronico è programmabile (si presta ad account a firma multipla, a transazioni programmate nel tempo o ad altre forme ancora più complesse di “smart contract”). Coi bitcoin posso creare una complessità incredibile di opportunità.

Il suo valore però è pericolosamente instabile.
La volatilità è un altro tipo di rischio, non informatico ma economico, e molto concreto. L’offerta è fissata, ma la domanda non si conosce, di conseguenza è soggetta a variazioni. C’è chi ha comprato bitcoin è si è ritrovato con un quinto di quello che ha investito, chi ha guadagnato dieci volte tanto.

Ammetterà che per le aziende è un problema serio.
Assolutamente. Per questo chi accetta bitcoin oggi, come Microsoft, non si espone al rischio volatilità. Usa enti terzi che se lo accollino. Quanto ai piccoli, se il rischio è minimo, relativo a poche transazioni, se lo potrebbero anche assumere. E in futuro, quando il bitcoin sarà usato da molti e la tecnologia sarà affermata, la volatilità si assottiglierà con l’aumento della capitalizzazione.

Nonostante gli allarmismi, il mondo non rinuncerà ai bitcoin?
Non credo. Certo ci potranno essere sorprese. Quando è nato internet, si pensava prendesse una certa strada, invece è diventato qualcosa che c’entra poco o nulla con il modo in cui è cominciato. Il bitcoin è l’internet della proprietà. Avrà dei rischi, si presterà a illeciti, causerà danni.

Le banche però mettono in guardia: parlano soltanto pro domo propria o hanno qualche ragione da vendere?
La credibilità del mittente del messaggio è discutibile. Le banche centrali e i cartelli bancari sono ostili, vedono giustamente la tecnologia Bitcoin come una minaccia agli attuali monopoli legali. Però alcune delle osservazioni rilasciate sono vere. L’Autorità bancaria europea (Eba), per esempio, ha fatto un’analisi di parte e abbastanza ostile, ma molto curata, che mette in luce rischi concreti. Il fatto è che il bitcoin è destinato a destabilizzare il sistema finanziario: al modo in cui i file peer-to-peer hanno fatto con l’industria discografica, che poi ha dovuto trovare nuovi canali per non soccombere. Lo stesso accadrà agli istituti di credito.

Tempi?
Non saprei. Più di un anno, meno di dieci. Magari anche solo un paio. Sono dinamiche imprevedibili.

C’è un giro d’affari a partire dal quale il bitcoin diventa proficuo o è buono per tutti?
La piccole aziende sono più avvantaggiate, adesso, perché sfruttano al meglio la visibilità che il bitcoin dà. Penso al primo avvocato, la prima birreria, pionieri finiti sui giornali e visitati da molti clienti curiosi (che poi magari pagavano con moneta nazionale, ma erano attratti dalla novità). Bitcoin crea attenzione intorno a sé, può diventare un’ottima mossa di marketing. Quanto ai vantaggi effettivi come sistema di pagamento, è una tecnologia che serve a trasferire proprietà scarse online: dunque è vantaggioso per chi fa molti trasferimenti online, come le attività di money transfer.

Può essere utile contro l’apprezzamento della moneta?
Il bitcoin è nato proprio per mettere al riparo dalle manipolazioni monetarie. Non è toccato dalle svalutazioni della moneta a causa di decisioni politiche. In questa fase i rischi sono altri, come dicevo: oscilla molto. Non c’è il rischio Draghi ma c’è il rischio volatilità. Però mette al riparo da inflazione e svalutazione monetaria.

In prospettiva ci salverà dal franco forte?
Non esattamente. Il “danno” percepito da alcuni attori economici svizzeri in relazione al recente sganciamento dall’euro non deriva dal fatto che il franco è diventato forte, ma che la decisione è stata arbitraria, repentina, unilaterale, imprevedibile, e il mercato non è riuscito ad adeguarsi in tempo. Più che salvare dal franco, salverà dalle decisioni arbitrarie che giocano con la moneta. Anche il bitcoin diventerà sempre più forte, ma di una forza prevedibile.

Sarà il nuovo oro?
Il bitcoin è spesso presentato come “oro 2.0”. Sono molte le analogie: come l’oro è scarso, si prende attraverso un’operazione detta “mining”, è frazionabile. Anche se il prezzo, ora, assomiglia più a quello del petrolio nei momenti storici di introduzione delle prime applicazioni industriali: volatile, instabile, da scoprire.

Anche il petrolio è oro nero, in fondo.
E il bitcoin è “oro digitale”.

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