La 23° morte di Bitcoin e il problema degli exchange

Bitcoin è morto.
Ancora. Per la 23° volta, a voler essere precisi.

Il prezzo medio è sceso a toccare  un inquietante minimo di 260.57 dollari, ieri sera, al termine di una caduta iniziata intorno ai 316 dollari nella tarda serata del 2 gennaio. Guardando il fenomeno nella prospettiva allargata dei 22 “decessi” precedenti, di cui il primo è stato annunciato da Forbes addirittura il 20 Giugno 2011 (quando il prezzo di un bitcoin era crollato da 17 dollari a pochi centesimi),  non si può fare altro che relativizzare questo genere di allarmi: Bitcoin è stato intenzionalmente costruito come sistema anti-fragile, e i vari traumi che affronta non fanno che rafforzalo, mentre la stampa generalista tende a leggerne le alterne vicende come se si parlasse del tipico sistema fragile caratteristico della finanza moderna (e per la verità neanche la stessa community di appassionati è immune da questo catastrofismo improvviso,  come ben descritto Daniel Krawisz in un bel post di novembre).

Tuttavia questo crollo mostra una caratteristica molto particolare. Quasi tutti i crolli precedenti sono stati causati da problemi sui principali exchange (ovvero sui mercati digitali che permettono lo scambio tra bitcoin e monete a corso legale, il più famigerato dei quali era il defunto mtgox). Questa volta, invece, il crollo del prezzo ha abbondantemente preceduto il grave problema che ha coinvolto bitstamp! E’ interessante e inevitabile la domanda: si tratta forse di un caso in cui il “panic selling” è stato provocato da qualche insider a conoscenza del problema prima che fosse reso pubblico? Lo studio dell’andamento dei prezzi e delle transazioni sugli indirizzi presumibilmente coinvolti in questo attacco sembrerebbe smentire almeno parzialmente l’ipotesi, ma il dubbio resta, anche perché nessuna altra notizia sembra essere stata identificata come “trigger” delle vendite.

Che si tratti di una delle prime significative eccezioni alla “regola” secondo cui i più grossi traumi che infliggono l’ecosistema Bitcoin vengono da problematiche relative agli exchange, oppure che si tratti dell’ennesima conferma, una cosa è certa: la fragilità in questione esiste, ed è da superare. Bitcoin, un organismo tecnico studiato per essere decentralizzato e “trust-less” per quanto possibile, vede la maggior parte delle modalità di ingresso da parte dei potenziali utilizzatori filtrate da entità completamente centralizzate e completamente “trust-based”. Chi “possiede bitcoin” su un exchange, in realtà possiede semplicemente un titolo fiduciario di credito rilasciato da una società che gestisce un sito web, spesso giovane e poco solida finanziariamente, e in ogni caso estremamente facile da attaccare tanto dall’esterno quanto dall’interno, tanto da banditi informatici occasionali quanto da governi e burocrati. Il sistema anti-fragile per eccellenza costringe il grosso degli utenti a passare da sistemi incredibilmente fragili.

Alcuni passi avanti si stanno facendo, da diversi mesi, nella direzione della creazione di sistemi di scambio con un buon grado di decentralizzazione e con un basso ricorso alla fiducia: l’esperimento più avanzato sembrerebbe Bitsquare. Una direzione diversa, ma forse anche più interessante, è quella che coinvolge le cosiddette tecnologie “Bitcoin 2.0”, in particolare “Colored Coin”: un sistema che permette di associare a una frazione di bitcoin un particolare asset (che può rappresentare un titolo, una quota, un credito al portatore, un buono, un voucher, ecc.), per poi scambiare il secondo assieme alla prima con transazioni sulla blockchain. Nel caso in cui questi asset rappresentino IOUs in moneta a corso legale, e qualora fosse portata a termine la costruzione di un efficace sistema di scambio decentralizzato tra bitcoin “colorati” e “bianchi”, il ruolo degli exchange centralizzati potrebbe essere ricoperto da un sistema di semplici “gateway”, ovvero da emettitori e convertitori di questi titoli di credito (un po’ come accade per Ripple, ma sfruttando tutte le caratteristiche di Bitcoin), rendendo il processo molto più distribuito e riducendo pesantemente la necessità di fiducia. In sostanza, non si tratterebbe più di prestare moneta fiat e/o bitcoin a una società, ottenendo in cambio titoli di credito fiduciari centralizzati da scambiare su un order book altrettanto centralizzato (che un solo attore è in grado di bloccare, o manipolare, a piacimento), ma di scambiare moneta fiat con degli IOUs su blockchain, il cui numero e la cui disponibilità è verificabile in tempo reale e in modo trasparente, fiduciariamente garantiti da una rete di gateway federati, scambiandoli in seguito in modo “trust-less” con bitcoin “bianchi” su un order book distribuito.

In un modo o nell’altro, comunque, il superamento degli exchange tradizionali rappresenta una delle sfide prioritarie per l’ecosistema Bitcoin. E sono in molti ad averla raccolta.

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5 thoughts on “La 23° morte di Bitcoin e il problema degli exchange

  1. Il Folletto says:

    La 23° pare che sia l’ultima……200$

  2. […] Come scrive Zucco: “ll primo decesso è stato annunciato da Forbes addirittura il 20 Giugno 2011 (quando il prezzo di un bitcoin era crollato da 17 dollari a pochi centesimi),  non si può fare altro che relativizzare questo genere di allarmi: Bitcoin è stato intenzionalmente costruito come sistema anti-fragile, e i vari traumi che affronta non fanno che rafforzalo, mentre la stampa generalista tende a leggerne le alterne vicende come se si parlasse del tipico sistema fragile caratteristico della finanza moderna (e per la verità neanche la stessa community di appassionati è immune da questo catastrofismo improvviso,  come ben descritto Daniel Krawisz in un bel post di novembre”. […]

  3. […] della commodity bitcoin, che ha portato a minimi che non si vedevano dal 2013 (e di conseguenza a nuove elegie funebri per la tecnologia Bitcoin in quanto tale), anche se nello stesso periodo in cui il prezzo […]

  4. […] che lavora proprio ad un exchange di nome Yakuna, è: nessuno! L’ipotesi di Stanislav, che personalmente trovo molto convincente, è che presto la logica del “gateway” tra moneta statale e titoli su blockchain […]

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