Intervista a “Il Cenacolo dei Filosofi”

Pubblicato su Il Cenacolo dei Filosofi

Pubblico sul Sito del Cenacolo dei Filosofi questa interessantissima intervista che ho fatto qualche giorno fa a Giacomo Zucco, coordinatore per la Regione Lombardia del Tea Party Italia.

Cos’è il Tea Party?

All’inizio era semplicemente l’espressione inglese per indicare un “Ricevimento del tè”. Poi è diventato il nome ironico con cui gli statunitensi una rivolta fiscale del 1773, quando alcuni coraggiosi cittadini di Boston rovesciarono in mare tonnellate di tè inglese per protestare contro le tasse eccessive ed ingiuste imposte dalla Corona britannica. Poi è diventato il motto più naturale – rivedendo la parola “Tea” come acronimo di “Taxed already enought” – per i grandi eventi di piazza che, dal 2009, uniscono folle di cittadini contro le tasse, contro gli sprechi e contro l’interventismo economico del governo federale. Ed ora rappresenta una bandiera mondiale, sotto cui si ritrovano e si riconoscono anche molti italiani, stanchi di lavorare per mantenere un immenso ceto parassitario di burocrati e di politicanti, stanchi di vivere schiacciati da uno stato che tutto controlla e tutto regola, stanchi di vedere l’economia incatenata e fiaccata da politiche di pianificazione centrale dichiarate fallimentari dal buon senso e dalla storia. L’idea di “importare” qualcosa di analogo al Tea Party Movement americano proprio in Italia – paese che ne avrebbe bisogno forse più dell’America stessa – è venuta lo scorso maggio ad un giovane tecnico pubblicitario di Prato, David Mazzerelli, e da allora si è diffusa inarrestabilmente, portando all’organizzazione di “tappe” ad Alessandria, Aversa, Forte dei Marmi, Torino, Catania, Milano, Bologna, Firenze, Parma, Messina, Pisa, spesso anche con ospiti illustri e grande partecipazione. Cos’è il Tea Party? Posso dire con soddisfazione che adesso, dopo tutte queste manifestazioni – e dopo il brevissimo e provocatorio “blitz” di David alla trasmissione Annozero di settimana scorsa – questa stessa domanda se la stanno facendo in molti.

Qual è, a tuo parere, la formula vincente dei Tea Party americani?

Potrei riassumerla in quattro parole: decentramento, tematicità, trasversalità, indipendenza. Il decentramento – reso possibile soprattutto dagli attuali strumenti tecnologici, internet e social network innanzitutto – rappresenta una delle caratteristiche organizzative più innovative del movimento: una realtà spontanea e non verticistica, costituita da miriadi di gruppi differenti, che trovano il loro cardine in determinati argomenti specifici, determinati ambiti territoriali o determinate modalità d’azione. Ognuno di questi micro-movimenti ha la possibilità di sperimentare le proprie strategie, il proprio stile comunicativo, le proprie proposte politiche dettagliate, le proprie peculiarità organizzative. Una simile organizzazione decentrata non è però per un contenuto in se stesso – come invece accade per alcune altre realtà spontaneistiche, penso ad esempio i “grillini” italiani -, bensì semplicemente un prezioso strumento! Il contenuto è la comune aspirazione a ridurre il peso delle tasse e, più in generale, dello stato. Ed è così che arriviamo alla terza caratteristica: la tematicità. Le battaglie dei Tea Party, al di là di qualche uscita estemporanea, non riguardano la religione, i temi etici o la politica estera, ma solo la problematica della tassazione e quelle a essa direttamente collegate: spesa pubblica, debito, intervento statale nell’economia. Al contrario dei partiti politici, che dettano una linea globale e veicolano una precisa concezione del mondo, lasciando al limite “libertà di coscienza” su alcune questioni molto particolari, il movimento dei Tea Party pone come requisito l’adesione a un solo tema specifico, e lascia alla “libertà di coscienza” tutto il resto! E questo conduce alla terza parola: trasversalità. I militanti dei Tea Party hanno provenienze politiche e culturali assolutamente varie e disomogenee. Ogni militante del Tea Party può rimanere contemporaneamente membro e attivista di altri gruppi, partiti e associazioni, e può coltivare e manifestare, anche pubblicamente, le proprie idee riguardo tutti i temi che esulano dalla “issue” principale. Questa peculiare trasversalità rende il movimento aperto e inclusivo, e insieme alla tematicità svolge l’utile funzione di scoraggiare una deleteria trasformazione del movimento in una fazione chiusa e autoreferenziale. Ed eccoci quindi all’ultima parola-chiave: indipendenza. Quest’ultima è intesa nei confronti della politica: i Tea Party non dipendono dai partiti, casomai mirano a condizionarli dall’esterno, selezionandone i candidati migliori – tramite e primarie, per esempio – e orientandone i temi e le priorità, rimanendo però al di fuori dei giochi di palazzo e dalle tentazioni che ne derivano. Gli attivisti americani hanno imparato la lezione di tutte le tentate “rivoluzioni” politiche del passato, iniziate da uomini e movimenti che sono entrati nel perverso sistema della politica allo scopo di cambiarlo, ma che poi ineluttabilmente ne sono rimasti cambiati a loro volta. I Tea Party sono diversi: non sono intrappolati in personalismi o schemi partigiani, e rimanendo lontani e separati dalla spartizione della “torta” statalista sono più al riparo dal pericolo di tradire i propri principi ispiratori. Non si tratta di una nuova generazione di politicanti che si candida semplicemente a sostituire quella precedente, sperando ingenuamente e di “fare meglio”, ma di una lobby esterna di monitoraggio, di pressione, di pungolo, quando non addirittura di opposizione netta al sistema politico nella sua totalità. I leader dei Tea Party sono solo in pochissimi casi anche candidati politici – anzi, non è nemmeno del tutto corretto affermare che il movimento abbia dei leader in senso stretto, vedi la questione del decentramento -.

E questo quattro caratteristiche sono presenti anche nel Tea Party italiano?

Provare a ricrearle anche qui è esattamente il nostro obiettivo. Sul decentramento, per esempio, siamo molto attenti: le nostre “tappe” nelle varie città sono state organizzate in tutti i casi dai gruppi locali, che hanno scelto il tema e gli ospiti, provveduto alla location, improntato lo stile e l’atmosfera dell’evento – che, infatti, era sempre molto differente da una tappa con l’altra -. La libertà di azione locale, settoriale o addirittura individuale, è massima: il coordinamento nazionale si limita semplicemente a dettare delle linee generali, fornendo ai singoli organizzatori delle tappe tutto il supporto possibile di materiale, contatti e copertura mediatica, e cercando di mantenere fluida ed efficace la comunicazione tra le varie realtà, oltre che rapida e omogenea la comunicazione del movimento nel suo complesso verso l’esterno. Certo, la particolare realtà italiana ci ha imposto due problematiche: la tutela nei confronti delle “infiltrazioni” partitiche – che rappresentano una minaccia all’indipendenza del movimento – e la difficoltà burocratica di chiedere finanziamenti e donazioni per singole realtà indipendenti; per queste ragioni abbiamo dovuto fondare un’associazione centrale che registrasse il nome e il simbolo, e che in futuro servirà da referente centrale per tutto ciò che riguarda finanziamenti e donazioni. Ma quest’associazione è un mero strumento organizzativo, non un tentativo di pianificazione centrale o di omologazione dell’azione dei singoli. Quando qualcuno ci chiede di partecipare, noi gli sottoponiamo il nostro semplice slogan “Meno tasse, più libertà”: non gli richiediamo di sottoscrivere un programma politico dettagliato, di aderire integralmente a una particolare filosofia o di sottomettersi a una gerarchia precisa; gli chiediamo solo se stiamo combattendo per la stessa cosa, e se la risposta è affermativa, è dei nostri. Non che manchi la possibilità o la volontà di costruire programmi seri e particolareggiati, di fornire elaborati punti di vista e soluzioni … ci mancherebbe! Ma tutte queste proposte dettagliate e complete saranno elaborate principalmente dai gruppi locali, da vari “tavoli di lavoro” tematici, o addirittura dai singoli militanti, senza impegnare necessariamente il movimento nel suo complesso a un’adesione vincolante e acritica! Sul fronte della tematicità, poi, abbiamo ritenuto di essere ancora più rigorosi dei nostri omologhi americani: anche qui la nostra bussola è lo slogan “Meno tasse, più libertà”, e i temi trattati vanno esclusivamente dal problema fiscale a quelli direttamente collegati. I singoli attivisti saranno ovviamente liberi di esporre il proprio pensiero in merito a qualunque altra questione, ma senza che questo risulti vincolante o rappresentativo delle posizioni di Tea Party Italia.

Parliamo di politica. Il Tea Party si colloca in uno schieramento in particolare, oppure appoggia indipendentemente dal loro credo politico tutte le persone che credano che sia opportuno liberare i cittadini dal giogo di uno stato opprimente, di un fiscalità che sa di estorsione e di una burocrazia ottusa ed inefficiente, o addirittura è completamente estraneo alla disputa politica?

Per citare un noto comico: “la seconda che hai detto”! Per entrare nei dettagli posso continuare con le ultime due parole-chiavi: trasversalità ed indipendenza. La trasversalità, che pure è rivendicata da tanti a livello retorico, tra di noi è una realtà autentica: io, per esempio, cerco di portare avanti le mie istanze liberali all’interno del Popolo della Libertà, e tendo personalmente ad una certa indulgenza verso la parabola berlusconiana – pur constatandone l’assenza di risultati concreti sul fronte della questione fiscale, ne riconosco il merito culturale di aver sdoganato questi temi nella cultura di massa -; ma alcuni dei ragazzi del Tea Party italiano sono liberali “anti-berlusconiani”, molti altri sono Radicali, alcuni militano nel PLI, c’è addirittura qualche “futurista”! Ma, soprattutto, ci sono moltissime persone – la netta maggioranza – che non appartengono a nessuno schieramento, e pretendono dalla politica solo un minimo di scelte di buon senso, e tanti altri amici ancora, come Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni e Leonardo Facco del Movimento Libertario, che ritengono il tentativo stesso di pressione dall’esterno sulla politica, in un sistema sclerotizzato come l’Italia, del tutto inutile destinato all’insuccesso. Noi rispettiamo ciascuna di queste posizioni e non ne imponiamo nessuna in modo esclusivo. Questo approccio è strettamente legato alla caratteristica di indipendenza: il nostro movimento non fa riferimento a nessun partito politico o coalizione, e nella maggior parte dei casi – pur con qualche eccezione – gli attivisti del gruppo non sono dei politici né intendono diventarlo. Noi, per scelta, non inseguiamo la politica: vogliamo invece che sia la politica a dover inseguire noi! Per quelli di noi che ancora credono nella possibilità di un rapporto con la politica, è senz’altro possibile un appoggio caso per caso sui temi specificamente legati alla nostra battaglia, purché preservi le nostre caratteristiche di indipendenza e trasversalità. E si tratterebbe comunque di un appoggio limitato, circoscritto e assolutamente non vincolante per tutto il movimento, offerto da parte di singoli gruppi locali o di singoli attivisti a favore di singoli esponenti politici, sulle cui azioni saranno poi i medesimi gruppi o i medesimi attivisti a dover severamente “vigilare”. Se quest’approccio si rivelasse promettente, potremmo approfondire la strategia creando qualcosa di simile al “Contract from America” dei Tea Party statunitensi. Inoltre non sono da escludere anche iniziative come referendum e leggi di iniziativa popolare. La cosa che voglio sottolineare, comunque, è che questo non sarà l’unico e, per la verità, nemmeno il principale fronte dell’azione dei Tea Party italiani: la battaglia culturale e mediatica per la diffusione delle nostre idee e dei principi del buon senso continuerà parallelamente a questi “esperimenti politici”. E anche se la politica si dovesse rivelare del tutto impermeabile alle nostre istanze, la nostra rivoluzione non si fermerà.

Considerando che nel nostro Paese il contesto economico, politico e culturale è completamente differente da quello degli Stati Uniti, non è che i valori del Tea Party siano difficilmente spendibili da noi? Non vorrei sembrarti pessimista ma il modello statalista, partitocratico, ostile al merito e alle capacità individuali (e chi più ne ha più ne metta) in Italia è vincente. Infatti piace alla classe dirigente e purtroppo piace anche a moltissimi cittadini. Questo perché l’establishment è stato bravo a far nascere nei cittadini una cieca fiducia in un potere pubblico così forte. E’ vero che si tratta semplicemente di far capire che lo stato sociale è un servizio di pessima qualità ed è tremendamente costoso e umiliante. Tuttavia gli Italiani sembrano quasi rassegnati all’idea che lo stato pur lasciandoli in mutande si prende cura di loro dalla culla fino alla tomba.

Sono d’accordo: Italia e America mostrano differenze profonde di contesto economico, politico e culturale. Per quanto riguarda l’applicabilità del modello Tea Party, però, ognuna di queste differenze ha conseguenze differenti, e non tutte sono negative. Dal punto di vista economico, la differenza tra Italia e America è che noi, nei fatti, abbiamo molto più bisogno dei Tea Party di quanto non ne abbiano gli americani stessi … quindi questa è paradossalmente una differenza che concorre a favore del nostro tentativo di “importazione”, non contro! Dal punto di vista politico, la differenza invece ci sfavorisce nettamente: per poter condizionare, monitorare e cambiare davvero la politica dall’esterno, è necessario che la politica non sia del tutto impermeabile alle istanze del mondo reale. Questo in America è relativamente vero: basta pensare allo strumento delle primarie, che proprio recentemente ha reso possibile una sorta di “takeover” del Partito Repubblicano da parte dei Tea Party, o all’assoluta trasparenza con cui sono reperibili le dichiarazioni, i voti e l’attività dei politici eletti. In Italia non solo non abbiamo strumenti avanzati come le primarie: non abbiamo nemmeno le preferenze nelle elezioni politiche, le liste sono bloccate ed il sistema è del tutto autoreferenziale, corporativo ed impenetrabile, e anche semplicemente conoscere i dettagli dell’attività di un politico – o, peggio ancora, di un burocrate non eletto – è faccenda difficilissima. Arriviamo ora alla differenza culturale, che a mio parere è più complessa e ambigua di quanto potrebbe sembrare: è vero che in America c’è una diffidenza storica ed evidente nei confronti dello stato e del potere politico, ma non è vero che in Italia ci sia, viceversa, una fiducia cieca ed incondizionata! Io credo che da noi ci sia una sorta di forte dicotomia tra quello che molti pensano realmente e quello che “si deve dire” nei dibattiti pubblici e nelle prese di posizione ufficiale. Non si può negare che il nostro paese veda una schiacciante prevalenza di un pensiero statalista, assistenzialista, collettivista e avverso al “privato” … ma non dobbiamo nemmeno dimenticare che esiste contemporaneamente anche un “retro-pensiero” che, per quanto contraddittorio ed inespresso, è fortemente avverso all’invasione dello stato nelle nostre vite. Finora questo “anti-statalismo sotterraneo” non ha trovato nessuno sbocco in proposte coerenti e alla luce del sole, finendo per scivolare nell’ipocrisia, nella doppia morale e nelle chiacchiere da bar … ma esso è un segnale del fatto che gli italiani percepiscono chiaramente quello che non va del modello statalista … solo che ancora non conoscono la vera alternativa!

Voglio insistere lanciando una provocazione. Secondo me la battaglia del Tea Party in America è un semplice contributo positivo (e magari con connotati ben definiti) nella salvaguardia di quelle Istituzioni che hanno dato la libertà. In Italia invece la questione è molto più complicata. Da noi avere a cuore l’individuo e la libertà, significa innanzitutto mettersi in competizione con istituzioni e valori politici ispirati da dottrine stataliste, collettivistiche e fortemente egualitarie. Dunque essere nel Tea Party in America significa essere un conservatore. In Italia invece la “mission” di un membro del Tea Party è tremendamente rivoluzionaria. Condividi il mio giudizio?

Assolutamente. Gli americani lottano per “conservare” le loro libertà, che erano molto ben garantite negli Stati Uniti delle origini, e che si stanno progressivamente perdendo con il crescere del peso e del potere del governo federale. Da noi, invece, le libertà individuali sono soffocate da secoli, e su questo fronte c’è davvero ben poco da conservare e moltissimo da rivoluzionare. In questo senso, il movimento Tea Party è molto rivoluzionario e per nulla conservatore. E’ necessario tuttavia un chiarimento a livello terminologico, per evitare equivoci: anche da noi esiste, per quanto minoritario, un pensiero che è “conservatore” in termini culturali e valoriali e che tuttavia non è stato contaminato dallo statalismo, dal collettivismo, dall’assistenzialismo. Oltre a nicchie culturali come il “Columbia Institute” del nostro amico Marco Respinti, che si ispira direttamente al conservatorismo anglosassone, esistono in Italia anche altre realtà organizzate che, pur essendo magari in alcuni casi permeate da profondo senso religioso, o in altri da un forte attaccamento ai valori tradizionali ed identitari, hanno un approccio moderno e liberale relativamente alle libertà di mercato e una naturale, sana diffidenza rispetto all’appiattimento ed alla corruzione che sempre si accompagnano all’impostazione statalista. Ci aspettiamo grande collaborazione di queste realtà al progetto dei Tea Party!

Parliamo di Costituzione. Ogni volta che la leggo, già all’articolo 1, ho l’orticaria. “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro…”. Io ti propongo un’altra opzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sulla libertà individuale”. Cosa pensi?

Divido la mia risposta in due, anche per dare un primo esempio pratico di come funziona il modello organizzativo di cui parlavo prima: prima dico cosa ne penso io personalmente, poi qual è la posizione “ufficiale” del movimento Tea Party Italia. Personalmente condivido il tuo problema di orticaria. Se dovessi limitare la mia attenzione all’articolo uno, forse lo riformulerei così: “Lo stato italiano si fonda sul riconoscimento e la difesa della libertà individuale, diritto innato ed inalienabile di ogni uomo”. Dico “lo stato italiano” per non confondere stato e territorio: il territorio “Italia” esiste da tempi immemori e la mia appartenenza ad esso – o, per meglio dire, la sua appartenenza a me – è un dato naturale; invece lo stato italiano esiste da appena 150 anni ed è un’organizzazione a cui non mi vincola nient’altro che una sua pretesa nominale! Confondere un territorio con lo stato che lo controlla serve spesso come artificio retorico per costringere le persone che vi abitano a sentirsi vincolate alle leggi dello stato, per quanto ingiuste esse siano. E dico “riconoscere e difendere la libertà individuale” perché penso che essa non sia un prodotto od una conseguenza dell’arbitrio statale, ma un diritto naturale assoluto, che preesiste ad ogni organizzazione e ad ogni legge. Ma queste mie considerazioni, forse un po’ astratte, non impegnano ovviamente altri amici del movimento, che hanno magari un sentimento di maggior “devozione” verso il testo costituzionale, oppure che di simili questioni nemmeno hanno il tempo di interessarsi, e si limitano a pensare che le tasse siano eccessive e che lo stato debba lasciare la gente libera di lavorare.

Immagino che il Tea Party Italia abbia riflettuto in più di un’occasione su quanto è scritto nella parte della nostra Costituzione dedicata ai “Rapporti Economici”, essendo questo uno dei principali campi di battaglia del gruppo. In questo settore secondo me non si può che migliorare. Quali sono le vostre priorità al riguardo?

Anche in questo caso direi di dividere i piani. Nel movimento Tea Party Italia ci sono varie sensibilità rispetto al grado, alle priorità e alle tempistiche con cui si auspica la riduzione dell’intervento dello stato negli scambi di beni e servizi tra individui responsabili, che poi è quello che si intende con “rapporti economici”. Diciamo che, in linea generale, auspichiamo tale riduzione, e dunque un aumento della libertà contrattuale per le imprese, per i dipendenti, per i professionisti, per i consumatori … e soprattutto una netta diminuzione dell’attuale salasso che lo stato italiano pratica sui rapporti economici e lavorativi, sia dal punto di vista strettamente fiscale che – soprattutto – da quello previdenziale. Io, a livello personale, sono favorevole ad una libertà contrattuale totale ed illimitata, in quanto credo di essere molto più titolato per decidere con chi intraprendere rapporti economici, e a quali condizioni, di quanto non lo siano sconosciuti burocrati dei ministeri, piuttosto che politicanti e sindacalisti che non sanno nemmeno cosa voglia dire “lavorare”.

Inoltre c’è molto da dire anche sulle diverse questioni relative all’ ”Ordinamento della Repubblica”. Parliamo di Riforme Istituzionali. Cosa cambieresti nelle nostre Istituzioni per renderle più solide, funzionanti e adeguate alle esigenze dei cittadini?

Qui posso stemperare un po’ la contrapposizione tra la mia opinione personale e l’impostazione condivisa del movimento, perché il problema dell’assetto istituzionale è legato da un robusto filo logico alla nostra battaglia. Sicuramente, infatti, un vero federalismo fiscale consentirebbe di generare una concorrenza virtuosa tra istituzioni locali, che avrebbe l’effetto di abbassare la pressione fiscale totale. Un esempio a noi vicino è quello della Svizzera, dove ogni cantone può competere con gli altri riducendo la propria voracità fiscale, ed attirando quindi a sé più imprese, più professionisti, più commercio, più ricchezza. Ma tengo a precisare che il “federalismo fiscale” attualmente in discussione ha ben poco a che fare con il federalismo reale di tipo elvetico. Così come preciso che, pur essendo io in quanto libertario totalmente a favore al federalismo e all’autonomia – per le ragioni ben spiegate dall’economista Hoppe -, fino al livello delle più piccole comunità e addirittura dei singoli individui, occorre sempre diffidare da una cultura di falso “federalismo” che non è altro che un “centralismo locale”: il vero processo di sussidiarietà verticale prevede che il potere politico e le risorse vengano tolti al governo centrale per andare al governo locale, dove tendenzialmente fanno meno danni, non che il governo locale si arroghi nuovi poteri o estorca ulteriori risorse alla popolazione, in aggiunta a quanto già fatto dal governo centrale! Inoltre il processo di decentramento deve essere continuo, e non fermarsi solo alle regioni, altrimenti queste divengono soltanto dei piccoli “staterelli” accentratori. Sempre relativamente all’assetto delle istituzioni, è ovvio che Tea Party Italia guardi con favore ad ogni riforma della legge elettorale che contribuisca a creare un minimo di “accountability” per la classe politica: un’azione di pressione esterna sulla politica è molto difficile, nel quadro attuale, e qualunque riforma atta ad aprire ed a responsabilizzare la casta politica sarebbe certamente vista da noi con favore.

Nel Tea Party c’è spazio per i grandi teorici del pensiero liberale?

Ovviamente si. La mia personale formazione è più vicina al pensiero libertario americano di Rothbard – che affonda a sua volta le radici nell’individualismo americano di Spooner e Tucker e nella scuola “austriaca” di economia di Hayek e Mises – , ma tra di noi, fianco a fianco con grandi conoscitori dell’oggettivismo di Ayn Rand e conservatori appassionati di Chesterton, Burke, Kirk e Buckley, c’è anche ovviamente una vasta schiera di seguaci dei grandi pensatori del liberalismo classico: Locke, Hume, Smith, Tocqueville, Acton, Popper e – per fare esempio italiani – Einaudi e Sturzo. Tuttavia i Tea Party non vogliono essere un circolo di filosofi, di politologi o di economisti. La battaglia dei Tea Party è di puro buon senso, e miriamo a coinvolgere anche coloro che hanno poco tempo per leggere e dibattere di questioni filosofiche, oppure che sono appassionati di altri argomenti e di altre tematiche, ma non per questo sono disposti a subire passivamente i soprusi e i salassi perpetrati dalla burocrazia statale e dalla politica.

Ho visto che il Tea Party italiano è formato essenzialmente da giovani e giovanissimi. Vi rivolgete prevalentemente a questo tipo di target?

In effetti la presenza giovanile, tra di noi, è preponderante. Ovviamente la nostra vocazione alla trasversalità vale anche in questo caso: ci rivolgiamo a tutti coloro che condividano la nostra battaglia, qualunque sia la loro età, ma la bassa età media è comunque oggettiva. Credo che sia dovuta principalmente a due fattori. Da una parte suppongo che l’utilizzo prevalente, per l’organizzazione e le comunicazioni del movimento, dei nuovi media (soprattutto social network), abbia in qualche modo avvantaggiato le persone più giovani, che già ne fanno largo uso. Dall’altra, i giovani sono spesso i meno “imbrigliati” nella pastoia politico-statale italiana, sia perché hanno ovviamente avuto meno tempo per entrarvi, sia perché farlo è comunque ad ogni generazione più difficile: non esiste niente di gratis, e i privilegi irrealistici concessi dallo stato assistenzialista e clientelare alle precedenti generazioni, adesso qualcuno li deve pur pagare! Quindi non è facile trascinare chi ha la nostra età nel gioco dello statalismo: abbiamo ben poco da perdere nel rimanerne fuori … e abbiamo moltissimo da guadagnare nel riprenderci la nostra libertà!

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