Tea Party Italia, meno tasse o ci arrabbiamo

Pubblicato da Luciano Capone su Rivoluzione Liberale

In Italia ci sono anche giovani preoccupati per il loro futuro che non vogliono l’aiuto dello Stato, ci sono degli “indignati”  che pensano che lo Stato, che è la causa dell’attuale crisi economica, non possa essere anche la soluzione. Sono quasi tutti giovani studenti e lavoratori che si sono aggregati, guardando con favore all’esperienza americana, in Tea Party Italia per chiedere più libertà, meno garanzie, meno Stato, meno politica e soprattutto meno tasse.

Al giovanissimo portavoce nazionale Giacomo Zucco chiediamo innanzitutto cos’è il movimento Tea Party.

E’ un movimento nato nel 2008 negli Stati Uniti d’America che contesta l’esagerata tassazione e le politiche economiche perverse dei governi. Il nome richiama l’episodio che ha fatto da scintilla per la Rivoluzione Americana: il “Boston Tea Party” (“ricevimento del thè di Boston”) con cui i coloni hanno rovesciato in mare centinaia di casse di thè inglese per protestare contro la tirannia fiscale; la parola “Tea” è stata ora reinterpretata come acronimo di “Taxed Enought Already” (“già abbastanza tassati”). Il movimento si è evoluto da semplice coordinamento di proteste ad una vera e propria “lobby” di pressione, che è arrivata addirittura a condizionare la politica americana ai suoi massimi livelli, battendosi contro il salasso fiscale, la burocrazia asfissiante, gli sprechi della spesa pubblica, la corruzione politica e le clientele, i debiti irresponsabili e le politiche monetarie disastrose.

Com’è sbarcato il Tea Party in Italia? E che senso ha un movimento prettamente “americano” nel Vecchio Continente e in Italia in particolare?

Un giovane grafico pubblicitario di Prato, David Mazzerelli, ha visto le folle oceaniche che protestavano a Washington DC e ha pensato: “se là protestano in questo modo contro l’ipertrofismo del sistema statale americano, cosa dovremmo fare noi con lo Stato italiano, che in quanto a ruberie, sprechi, influenza e pervasività è messo molto peggio?”. E così, nel maggio 2010, è nato il primo banchetto, costituito da pochi amici, il tam-tam su internet ha fatto il resto ed ora siamo migliaia di attivisti, principalmente (ma non esclusivamente) giovani, attivi in 15 regioni italiane. Lo stesso è accaduto anche in altri paesi europei: Polonia, Spagna, Irlanda, Olanda. Per quanto riguarda l’Italia, qui la battaglia è molto più difficile che non in America però è ancora più importante: da noi il prelievo fiscale non è solo eccessivo, ma anche molto spesso condotto con metodi letteralmente illegali dalla società Equitalia.

Ma c’era bisogno in Italia dell’ennesimo partito politico? Non bastano i partiti esistenti che da anni dicono di voler ridurre la pressione fiscale?

Non siamo un partito e non intendiamo diventarlo. I partiti sono sempre e comunque strumenti del sistema statale e tendono inevitabilmente a cercare di massimizzare il potere (e le spese) dello Stato per aumentare il loro stesso potere, stabilire clientele, comprare consenso. Storicamente, quasi tutti i partiti anti-sistema e anti-tasse si sono prima o poi  trasformati in partiti di sistema e tassatori, tanto in America (vedi il Partito Repubblicano dell’era reaganiana) che in Italia (vedi Forza Italia, Popolo della Libertà, Lega Nord, Radicali, ecc). Inoltre non potremmo mai diventare un partito anche perché non siamo un movimento “tuttologo” che impone a tutti i militanti una singola ideologia totalizzante. Ci occupiamo solo del tema fiscale e dei temi collegati: siamo un movimento strettamente tematico. Seguendo la lezione americana, noi vogliamo restare un movimento di pressione esterno alla politica, una “lobby” virtuosa.

Se vi sentite lontani dal mondo dei partiti, vuol dire che vi sentite più vicini ai movimenti di protesta anti-politici?

No, non siamo nemmeno parte della confusa e contraddittoria galassia che viene definita “anti-politica”: noi vogliamo condizionare la politica ma non che sia la politica a condizionare noi!

Quali tipi di iniziative intraprendete?

Principalmente eventi di approfondimento e di sensibilizzazione sul tema, soprattutto “tappe” territoriali e tematiche. L’ultimo evento di questo tipo è stata la “tappa” di Varese, dedicata al tema del mercato del lavoro. Ma ne abbiamo fatte più di una trentina in tutto il territorio nazionale, dalla Sicilia al Veneto, e su molti argomenti differenti (pur se sempre all’interno dell’ambito della questione fiscale). Abbiamo anche proposto dei “contratti” trasversali ai politici di tutti gli schieramenti, alle ultime elezioni amministrative, e abbiamo lanciato molte proposte di policy concrete e approfondite. La prossima iniziativa è anche la più ambiziosa: sabato 26 novembre, a Milano, scenderemo in piazza per una manifestazione contro la rapina fiscale (presente e soprattutto futura, vista l’aria che tira) e le politiche economiche irresponsabili che ci hanno portato alla catastrofe. Questa volta sarà un evento nazionale – e non locale – e non sarà una conferenza tematica ma una vera e propria sfida al palazzo. Per questo invitiamo a unirsi a noi a tutti quelli che sono stanchi di pagare il conto per gli errori della politica.

Cosa sperate di ottenere il 26 novembre? Quale può essere l’efficacia di una manifestazione di piazza?

L’avventura dei Tea Parties negli Stati Uniti dimostra che l’utilità esiste: quando si convince a manifestare proprio “coloro che non manifestano mai” – ovvero coloro che lavorano, studiano seriamente, producono ricchezza, vivono la propria vita senza pretendere nulla dagli altri – allora la politica inizia a percepire che il pasto non può essere sempre gratis e che anche chi è sereno, pacifico, responsabile e industrioso può essere capace di mostrare i denti e di vendere cara la pelle, se è costretto a farlo. In Italia c’è un precedente: il 23 novembre 1987, a Torino, oltre 30.000 persone sfilarono in un’imponente marcia contro il fisco vessatorio, senza etichette ideologiche né bandiere partitiche: si trattava di quelli “che non sfilano mai” e che difendevano semplicemente il loro diritto a vivere del loro lavoro. In questi 24 anni ci sono state molte illusioni e delusioni, quindi è chiaro che una simile movimentazione non è replicabile; ma ora la situazione è molto più grave del 1987: occorre ritornare a mostrare al palazzo che le politiche di ruberia e parassitismo possono trovare una civile ma ferma opposizione.

Si tratta dunque, in sostanza, di una manifestazione antigovernativa. Questo non vi connota politicamente all’interno di uno degli schieramenti?

Assolutamente no. Chiaramente noi contestiamo senza sconti la politica economica disastrosa di questo governo: l’aumento dell’IVA, i continui rincari nelle accise sui carburanti, il massacro fiscale dei piccoli risparmiatori, il “contributo di solidarietà” che affossa ulteriormente l’economia, la concessione di poteri senza limiti e senza senso a Equitalia, lo spettro di una patrimoniale e di un prelievo forzoso sui conti correnti degli italiani, il tutto perpetrato da uno schieramento politico che aveva chiesto voti promettendo “Meno tasse”. Ma nessuno di noi è ingenuo o accecato dall’ideologia: sappiamo bene che le ricette dell’attuale opposizioni sono assolutamente uguali, se non addirittura peggiori. A Milano, per esempio, dove si svolgerà la nostra manifestazione, abbiamo una giunta di centro-sinistra che si è distinta per l’introduzione di un’addizionale IRPEF, il rincaro delle tariffe dei servizi offerti in monopolio dal Comune o dalle sue controllate (aumento biglietti mezzi pubblici ndr), l’estensione delle varie gabelle pseudo-ecologiche (Ecopass ndr) e così via. D’altra parte, anche se molti commentatori fingono di ignorarlo, anche le prime Tea Party Protest americane non erano indirizzate al governo del democratico Obama, ma a quello del predecessore Bush: non si tratta di colore politico, ma di fatti concreti!

Chiedere “meno tasse” è facile ma che cosa proponete, in concreto, anche vista la situazione di grave crisi?

Innanzitutto che il debito venga pagato da chi l’ha fatto: il patrimonio pubblico italiano è enorme, e sarebbe sufficiente a saldare la quasi totalità dello stock di debito accumulato. Inoltre chiediamo di cessare immediatamente le politiche che hanno portato a questa crisi: tagliare la spesa pubblica improduttiva, gli sprechi, i salvataggi di chi fallisce, i famosi “costi della politica” e i ben più enormi costi delle clientele della politica! Chiediamo poi di dare all’economia italiana la possibilità di risorgere: meno burocrazia, meno incentivi perversi e soprattutto meno Tasse, più Libertà.

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