Intervista a “Giornalettismo”

Pubblicato da Carlo Lavalle su Giornalettismo

Il nostro Paese è preda di politiche di “sinistra estrema” e disastrose di maggioranza e governo di centro-destra. Parla Giacomo Zucco, portavoce del Tea Party Italia.

Forse non tutti sanno che in Italia esiste un movimento chiamato Tea Party, nato sull’esempio del più famoso Tea Party Movement degli Stati Uniti, nome ripreso dall’episodio di rivolta fiscale all’origine della guerra d’indipendenza americana: il “Boston Tea Party” del 1773. Il suo fondatore si chiama David Mazzerelli, grafico pubblicitario di Prato, che, impressionato dalle manifestazioni statunitensi, decise nel maggio 2010 di seguirne le orme rilanciando anche in Italia la protesta anti-tasse.

COSA E’ – Il Tea Party si rivolge ai “liberali, liberisti e conservatori”. Individua nello Stato, nella sua espansione, la radice delle difficoltà italiane proponendo un modello di convivenza centrato sulle attività, sulle risorse e sulla responsabilità dell’individuo privato. L’ambito privato rappresenta il regno della libertà, quello statale, il regno della forza e della costrizione. Solo nello spazio privato, in specie privato-economico, sembra potersi giocare il tema della libertà. Attualmente, Tea Party Italia può contare su 7.000 volontari attivisti e un numero maggiore di simpatizzanti in tutta la penisola. Tra i suoi sostenitori e simpatizzanti troviamo personalità conosciute : Antonio Martino, Oscar Giannino, Antonio Mingardi, Carlo Lottieri, Franco DeBenedetti, Davide Giacalone e nel mondo dello spettacolo Enrico Montesano. Ha stretto inoltre una importante alleanza con la ConfContribuenti. Il Portavoce nazionale, Giacomo Zucco, è un giovane milanese di 27 anni, gentile e appassionato, laureato in Fisica e consulente nel settore informatico. Si impegna per il movimento nel tempo lasciato libero dal lavoro e dalla famiglia. A lui ci siamo rivolti per cercare di indagare a fondo su questo emergente fenomeno.

Le parole chiave di Tea Party Italia sono : meno tasse e più libertà. Ciò che colpisce però è che nel mirino del Tea Party Usa c’è il Presidente democratico Barack Obama mentre nel vostro la maggioranza di centro-destra al potere. Accusate il governo di essere illiberale e di esprimere con la manovra varata in agosto “tutta la sua incapacità politica ed economica”. Volete le dimissioni del governo? Oppure pensate che in fondo in fondo il liberismo sia di “sinistra” come argomentano Alesina e Giavazzi?

Una piccola precisazione: nel mirino dei Tea Parties americani adesso ci sono Obama e le sue politiche stataliste ma quando le prime Tea Party Protests hanno preso piede i manifestanti sfilavano contro l’allora Presidente repubblicano in carica, George W. Bush. Furono proprio i “bailout” alle banche fallimentari, il famigerato TARP e i pacchetti di “stimulus” dell’amministrazione Bush a fare esclamare per la prima volta al giornalista economico televisivo Rick Santelli: “Ci sarebbe bisogno di un nuovo Tea Party”! Certo, quando la Casa Bianca è passata ai democratici e le politiche di interventismo statalista e di distorsione dell’economia sono ulteriormente aumentate, gli americani che hanno a cuore la Libertà si sono scagliati contro alla nuova amministrazione ma le proteste erano iniziate prima. Allo stesso modo, in Italia, ci troviamo oggi a contestare le politiche disastrose di una maggioranza e un governo definiti di “centro-destra”, ma la nostra protesta non verrebbe meno, anzi per certi versi forse si acuirebbe, se il testimone passasse all’attuale opposizione. I movimenti Tea Party, in Italia come negli Usa, sono contro qualunque governo aumenti tasse, spesa, burocrazia, inflazione o debito pubblico, a prescindere dal colore politico sotto il quale si presenta e a favore di qualunque governo che riformi lo Stato in senso liberale, ovvero riducendone le dimensioni, il peso, il potere e la voracità fiscale. Le etichette di “destra” e “sinistra” non ci interessano minimamente. Quello che ci interessa sono solo i contenuti. Negli ultimi decenni, dopo i celebri esempi di Ronald Reagan e di Margareth Tatcher, è frequente definire come “di destra” politiche mirate a ridurre la tassazione e “di sinistra” politiche mirate ad aumentare l’incidenza dello Stato nell’economia. In questo senso, però l’attuale governo non può che essere definito di “sinistra estrema”, soprattutto negli ultimi mesi.

Mettete all’indice lo statalismo come il nemico numero uno. Lo Stato sperpera troppo, dite, e si deve ritrarre, ridurre il suo intervento nell’economia. Dallo Stato produttivo bisogna passare ad uno Stato molto più limitato nelle sue funzioni e compiti. Ma la crisi in corso non è determinata dalle convulsioni di un mercato troppo esteso e poco regolamentato, dal fatto che i debiti dello Stato sono stati rimessi al gioco del mercato finanziario globale e da una perdità di sovranità statuale? Inoltre, se lo Stato non ha fini propri da far valere non rischia di diventare “strumento di finalità particolari” secondo l’obiezione mossa dal filosofo Giole Solari?

E’ vero esattamente il contrario. La crisi in corso è generata proprio dagli stati e dalle loro politiche di distorsione del mercato. La crisi finanziaria iniziata nel 2008 ha trovato terreno fertile innanzitutto nelle bolle finanziarie create dalla politica monetaria della Federal Reserve, che ha stampato soldi andati poi a gonfiare investimenti sbagliati. E’ stata poi innescata da precise scelte politiche distorsive, come gli incentivi ai mutui subprime, l’aumento del moral hazard causato dalla copertura delle insolvenze con soldi pubblici, l’utilizzo disinvolto di strumenti finanziari derivati da parte delle pubbliche amministrazioni, l’intervento diretto di due famigerate entità para-governative. Infine è stata aggravata dalla sciagurata scelta di intervenire per salvare i cattivi investitori, le banche fallimentari in primis, utilizzando soldi sottratti ai ai buoni investitori (i ceti produttivi dissanguati dalla tassazione). La successiva crisi dei debiti sovrani, ancora in corso, è stata causata dalla scelta, nuovamente politica, di aumentare il debito pubblico per impedire il fallimento di quegli attori finanziari che avevano operato in modo dissennato, aumentando quindi ulteriormente le distorsioni e la propensione al rischio irresponsabile. Quindi si può dire che stiamo vivendo, in tutto e per tutto, una crisi originata, innescata e aggravata dall’invadenza della politica sul mercato e non viceversa.

Ancora una domanda in tema di Stato italiano che rammento è una Repubblica democratica e non uno Stato dispotico. Censurate il big government e il burocratismo, elementi paralizzanti e divoratori di risorse. Ma sul mondo dell’impresa non avete critiche da presentare? Per esempio : la burocrazia o il gigantismo sono fenomeni che riguardano le organizzazioni e anche le aziende come hanno messo in evidenza Gary Hamel e Robert Reich. Ma c’è un aspetto più generale che va portato alla luce. Come sottolinea il sociologo Zygmunt Bauman, citando John Dunn, in questi anni ha prevalso una ideologia basata sulla “scommessa dei più forti”, intesi come i più ricchi, elevati ad emblema del primato della società e del privato. La crisi mondiale tuttavia non ha fatto emergere la debolezza di una concezione incentrata sulla “ricchezza”? L’Uomo ricco, non è stato, a tuo giudizio, detronizzato dalla crisi? Non ha mostrato il suo fallimento appellandosi proprio allo Stato per salvarsi?

Come dicevo poco fa, la crisi mondiale ha fatto emergere solo la natura pericolosa e deleteria della pretesa della politica di poter modificare a proprio piacimento e a proprio vantaggio i meccanismi dell’economia. E’ vero però che essa ha anche contribuito ad evidenziare i difetti organizzativi di molte grandi aziende. Ogni crisi economica rappresenta una sorta di “collo di bottiglia” che fa emergere in modo più rapido e drammatico le scelte aziendali migliori e quelle peggiori, spesso addirittura con il fallimento di chi ha puntato su queste ultime. Imprenditori e manager sono uomini tanto quanto politici ed burocrati, e quindi anch’essi com’è naturale commettono spesso e volentieri errori, eccessi e abui. La differenza è che imprenditori e manager tendenzialmente pagano i propri errori con i propri soldi o con la propria carriera, e sono costretti a fare marcia indietro sui modelli più insostenibili per non andare incontro al fallimento mentre politici e burocrati pagano i propri errori con i soldi degli altri, e possono andare avanti imperterriti a commetterne di ancora peggiori, senza limiti, senza pudore e senza responsabilità. La burocrazia e il gigantismo, entro certi limiti, sono spesso un’esigenza imposta anche alle imprese dal mercato stesso, come insegna del resto il premio Nobel Ronald Coase, ma la spinta di mercato ad accentrare, gerarchizzare e accrescere un’impresa è temperata e limitata da altre spinte di mercato, questa volta esterne: la concorrenza e la necessità di evitare il fallimento. Gli enti pubblici invece non si confrontano con questo contrappeso. Non hanno concorrenti e non possono mai fallire. Quindi è negli apparati statali, e non nel mondo dell’impresa, che la burocrazia diventa un cancro inarrestabile e sempre crescente. E’ giustissimo, comunque, rilevare che la crisi ha mostrato l’ipocrisia e la natura parassitaria di quegli imprenditori che si sono appellati allo Stato affinché esso facesse pagare i loro errori ai contribuenti, risparmiandoli dalle loro responsabilità. C’è però qualche attenuante. In molti casi diversi imprenditori in crisi hanno chiesto allo Stato un intervento infinitamente più piccolo di quanto lo Stato stesso aveva chiesto loro sotto forma di tassazione, burocrazia e sovra-regolamentazione nel corso degli anni precedenti.

Tea Party Italia reclama la responsabilità e l’autonomia individuale davanti ad uno Stato che tratta le persone, i cittadini, come “bambini da educare” invece che da adulti. Ma questo atteggiamento che si vuole confinare all’interno del perimetro statale è proprio anche della cultura del capitalismo dei consumi come mette in evidenza Benjamin R. Barber che parla di “infantilizzazione dei consumatori” e dei nuovi bambini-adulti creati dal moderno mercato. Non credi che la prospettiva di difesa dell’autonomia e della responsabilità del singolo debba essere considerata e fatta valere nell’ambito privato-economico?

C’è una differenza fondamentale tra ambito statale e ambito economico: nel primo i rapporti di dipendenza e di subordinazione sono imposti con la forza, nel secondo essi durano solo fintanto che il singolo sceglie di farli durare. E’ chiaro che un operatore economico può trovare vantaggioso rendere i suoi clienti in qualche modo “dipendenti” e non autonomi ma un consumatore che si ritiene “adulto” può tranquillamente cambiare abitudini di consumo, cambiare fornitori di beni e servizi, cambiare mentalità. Non solo, può anche propagandare pubblicamente questa “emancipazione” e persuadere altri a metterla in pratica. Invece il cittadino infantilizzato dallo stato non può emanciparsi nemmeno se vuole: è obbligato a rimanere “bambino da educare” sotto minaccia del ricorso alla forza pubblica, che può privarlo di gran parte della sua proprietà e, in ultima istanza, anche della libertà personale. Le due situazioni non sono quindi paragonabili. Potremmo dire che il mercato tratta come bambini solo coloro che scelgono di comportarsi come tale. Fossero anche la maggioranza delle persone, è tutta una questione di libera scelta, e quindi insindacabile. Invece, come dice Thomas Jefferson: “lo Stato non è ragione o persuasione: lo Stato è forza!”.

Restando sulla questione del privato. Voi reclamate maggiore libertà per l’individuo. Vedete l’ingrandimento dello Stato come una minaccia alla libertà individuale. Tuttavia, il pericolo per la libertà dell’individuo viene anche dall’interno della società, dal modello produttivo consumista e livellatore, e dall’individuo stesso, come ha evidenziato anche un certo pensiero conservatore. Einaudi affermava che “non dalla società proviene la libertà” e Cassirer che “la libertà non è un’eredità naturale dell’uomo”. Nicola Matteucci richiama il pensiero di Tocqueville e della Scuola di Francoforte che mette in luce la “natura delicata e problematica dell’Io” e le spinte sociali che provocano “una fuga dalla libertà”. In altre parole, l’ordine tutelare o il dispotismo sono ricollegabili anche alla sfera individuale. Non è limitativo affrontare il tema della difesa della libertà individuale solo sul versante statuale?

E’ assolutamente vero che il dispotismo e i pericoli per la libertà sono ricollegabili alla sfera individuale e a quella sociale ma del resto anche lo Stato stesso e i meccanismi con cui opera sono perfettamente ricollegabili alla sfera individuale e a quella sociale. Il modello della cosiddetta “Public Choice” mostra perfettamente come i regimi statali, sia quelli democratici che quelli dittatoriali, siano semplicemente organizzazioni composte da uomini, non da “angeli”, soggetti perciò a tutte le debolezze e i rischi che caratterizzano ogni essere umano. Lo Stato non è “altro” rispetto agli individui che ne costituiscono e ne incarnano l’organizzazione sul piano pratico e siccome esistono individui dispotici e prevaricatori, questi possono operare sia al di fuori dello Stato (nella cosiddetta “società civile”) che all’interno di esso. Una differenza fondamentale è che la quantità e la gravità dei danni che individui simili possono fare operando all’interno dello Stato sono infinitamente maggiori.

Veniamo alle tasse. Sono troppe, sostenete. Sulle tasse però si regge lo Stato sociale (pensioni, sanità, scuola ecc.) che nasce come risposta al caos creato dalle crisi del mercato e alla tendenza disegualitaria insita nel mercato. D’altra parte, in Italia c’è una grande evasione fiscale. Antonio Martino, professore fondatore di Forza Italia e vostro supporter, denuncia addirittura l’elusione come mezzo legale per non far pagare i ricchi. Bisogna combattere l’evasione, quindi rafforzare il controllo statuale in materia fiscale? Condividete lo slogan “pagare tutti pagare meno”?

No, condividiamo lo slogan “se si pagasse meno pagheremmo tutti”, inteso nel senso che “pagare meno” è davvero l’unico modo per poter davvero arrivare a “pagare tutti”. E’ universalmente provato che l’evasione fiscale sia un fenomeno che cresce al crescere dell’imposizione fiscale. Se un cittadino ritiene di pagare “il giusto” rispetto ai servizi resi dallo Stato, è ovvio che si sentirà più incline a pagare le tasse, così come paga normalmente tutti gli altri servizi a cui accede: ristoranti, parrucchieri, dentisti. Inoltre, in un regime di bassa tassazione anche al cittadino più deciso a non pagare le imposte sarebbe evidente il fatto che i costi legati al rischio di essere scoperti supererebbero i costi stessi del pagamento. Se le pretese dello Stato invece sono inique ed eccessive, è ovvio che evadere viene percepito non solo come un’opzione moralmente legittima, ma anche economicamente conveniente. Ed è altresì ovvio che coloro che riusciranno meglio ad evitare di pagare saranno spesso i più ricchi, dotati di molti mezzi, molta libertà di manovra, buone conoscenze e buoni commercialisti, e mai i più poveri, tanto più se lavoratori dipendenti. Quindi per poter arrivare a pagare tutti, è necessario che si chieda a tutti di pagare di meno.

Il Tea Party Italia ha espresso una posizione contraria al referendum contro la privatizzazione dell’acqua sempre in una ottica anti-statalista. Qui apriamo il problema del rapporto tra liberalizzazione, privatizzazione ed efficienza. Come si fa ad ottenere concorrenza in una situazione di monopolio naturale? Sembra che la vostra concezione sia : la gestione privata in sé è sinonimo di efficienza mentre la gestione statuale in sé inefficiente e sprecona. Questa tesi però non regge alla prova empirica. Perché si dovrebbe consegnare ad un privato la gestione di un bene comune o di un servizio su cui non si può assicurare concorrenza e libertà di scelta del consumatore? Non sarebbe preferibile cambiare il sistema di governance pubblico integrando il controllo degli utenti e degli stakeholders?

Innanzitutto è bene chiarire che il decreto Ronchi non aveva nulla a che fare con la “privatizzazione dell’acqua” ma semplicemente con norme di trasparenza, meritocrazia, controllo ed equità fiscale relativamente alla concessione a società, pubbliche e private, di alcuni servizi di gestione di risorse pubbliche, tra cui anche infrastrutture idriche. Non solo il decreto non privatizzava “l’acqua” ma non privatizzava nemmeno gli acquedotti e nemmeno la gestione degli acquedotti. Interveniva soltanto, in modo secondo noi positivo, su alcuni criteri di assegnazione degli appalti alle varie società, pubbliche, miste o private. Inoltre, occorre dire che non è vero che acquedotti, depuratori e fognature sono monopoli naturali, perché in nessun caso si palesa in modo chiaro e generalizzato la presenza di sub-additività dei costi: si tratta a tutti gli effetti di monopoli legali! Sono infatti precise leggi dello Stato a creare barriere in ingresso per i potenziali concorrenti, impedendo la costruzione, fisicamente ed economicamente possibile, di acquedotti privati alternativi, di pozzi privati, di grandi cisterne private, di grandi impianti privati di riciclaggio dell’acqua. La realtà dei fatti, poi, smentisce il luogo comune secondo cui la gestione da parte di privati di servizi su infrastrutture appartenenti al monopolista “pubblico” implica necessariamente un monopolio. L’esempio più lampante è quello del gas. A livello fisico e tecnologico, la distribuzione del gas è del tutto analoga a quella dell’acqua : tubi che trasportano un fluido. Eppure i vari operatori del gas, attualmente, si fanno concorrenza tra loro, senza alcun monopolio, utilizzando tutti l’infrastruttura del monopolista pubblico così come anche elettricità e telefoni. E ne risultano tariffe molto inferiori e servizi molto superiori rispetto ai tempi del monopolio pubblico tout-court tanto che nessuno propone di ri-statalizzare la fornitura di gas. Liberalizzare e privatizzare le infrastrutture idriche sarebbe possibile e conveniente. Questo però purtroppo in Italia non avviene. Liberalizzare e privatizzare solo il servizio su infrastrutture pubbliche (come nel caso del gas) sarebbe, in subordine, la seconda cosa migliore ma nemmeno questo purtroppo avviene. Quello che la parte abrogata del decreto Ronchi richiedeva era semplicemente che il temporaneo monopolio legale dei servizi idrici locali venisse tendenzialmente concesso per lo meno dietro gara ad evidenza pubblica, sia ad aziende private, che ad aziende miste, che ad aziende interamente pubbliche al 100%, oppure tramite assegnazione diretta in caso di miste con almeno 40% di privato. Pertanto non solo i luoghi comuni sui “monopoli naturali” presentano molte contraddizioni e inesattezze, ma non c’entrano assolutamente nulla con il recente referendum.

So che state preparando nei prossimi mesi un’iniziativa di grande impatto. Di che si tratta?

Tenendo anche conto della situazione drammatica in cui ci troviamo a causa della recente sciagurata manovra del governo, stiamo effettivamente preparando il “salto di qualità”: dopo le decine e decine di tappe locali e territoriali, e dopo esserci spesi attivamente per influire sulle ultime elezioni amministrative con i “pledge”, presentati assieme a ConfContribuenti ai candidati di tutti i partiti, quest’autunno vogliamo finalmente chiamare a raccolta tutti i militanti ed i simpatizzanti in un solo luogo per cercare di far sentire più chiaramente la nostra voce. L’occasione sarà quella della grande “marcia dei tartassati” che si preannuncia per il prossimo novembre, probabilmente a Milano, e che è promossa da noi assieme a decine di associazioni e di movimenti apartitici e trasversali a partire dall’Istituto Bruno Leoni, passando per l’Unione per la Libertà e Confcontribuenti, per finire con i parlamentari “frondisti” vicini ad Antonio Martino. Sarà l’occasione per radunare tutte le componenti sane della società italiana, che dicono basta ad una politica di parassitismo, assistenzialismo, interventismo economico, estorsione fiscale e dissanguamento di chi lavora e produce. E’ importante che in quell’occasione assieme a noi ci siano tutti, anche chi normalmente non ama la piazza o non si considera un attivista politico. E’ il momento di fare capire alla politica che esiste tutto un mondo vitale ed attivo al di fuori di essa, un mondo che non accetterà supinamente di essere portato alla rovina dall’incompetenza e dalla malafede di politicanti e burocrati.

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