Zucco, Tea Party Italia: «Non siamo statalisti come i grillini»

Pubblicato da Chiara Sirianni su Tempi

Giacomo Zucco, portavoce nazionale Tea Party Italia, racconta a Tempi.it chi sono e che cosa vogliono al grido di “meno tasse, più libertà”: «Chiediamo una riduzione delle tasse generalizzata nei confronti di ogni categoria produttiva; sì al federalismo fiscale e al quoziente familiare; no alla casta dei politici, ma peggio di loro sono i magistrati che non rendono conto a nessuno».

In principio era il Boston Tea Party: l’azione dimostrativa con cui il 16 dicembre del 1773 alcuni coloni rovesciarono nelle acque del porto di Boston 45 tonnellate di the della Compagnia Inglese delle Indie Orientali, per protestare contro l’eccessiva tassazione imposta dal governo britannico. Un episodio chiave nell’immaginario collettivo americano. Ed è proprio richiamando la necessità di un “nuovo Tea Party” che a febbraio 2009 migliaia di statunitensi hanno riempito le piazze, per protestare contro l’interventismo economico dell’amministrazione Obama. E sono riusciti a indurre il partito Repubblicano ad applicare una posizione più conservativa in materia fiscale.

Anche nel Vecchio Continente non sono mancati tentativi di cogliere “l’onda lunga” delle proteste Tea Party nate dall’altra parte dell’Atlantico. Il primo di questi tentativi è stato proprio il Tea Party italiano, a seguito del quale sono nate anche realtà analoghe in Olanda, Spagna, Polonia, Irlanda, ma anche in Giappone e Sudamerica. I numeri non sono paragonabili a quelli delle folle oceaniche che hanno riempito le strade delle metropoli americane dal 2009 ad oggi. Ma si tratta di un fenomeno in crescita, e che merita di essere analizzato. Chi sono, e cosa vogliono? Che giudizio hanno su ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, e che istanze vorrebbero portare avanti nel nostro Paese? Tempi.it lo ha chiesto a Giacomo Zucco, portavoce nazionale Tea Party Italia.

Anche in Italia spesso venite tacciati di populismo: non è utopico pretendere che un sistema possa prescindere dalla tassazione?
Il livello di tassazione italiano è tra i più alti al mondo, e risulta ancor più sproporzionato se consideriamo la bassa qualità dei servizi offerti in cambio. Inoltre, dal punto di vista normativo, l’intero sistema tributario si presenta in maniera artificiosa, disorganica e incomprensibile per la gran parte dei non addetti ai lavori: alle imposte vere e proprie si aggiunge una salatissima “tassa di complessità”, che gli italiani pagano in denaro (ad esempio con le parcelle dei commercialisti) oppure in ore di fatica sottratte alla produzione reale. Sarebbe bello essere tutti così ricchi da potersi permettere di regalare ogni mese oltre il 60% del frutto del proprio lavoro per mantenere in piedi i baracconi statali e para-statali, politica compresa. Purtroppo però l’attuale crisi economica, che proprio la politica (soprattutto monetaria) ha generato, ci costringe tutti a tirare la cinghia. E il tempo degli sprechi e del parassitismo deve finire. Come diceva Margaret Thatcher: prima o poi anche “i soldi degli altri” sono destinati a finire.

Carlo Lottieri su Il Giornale ha commentato l’incontro tra il premier Berlusconi e le parti sociali (giudicando quest’ultime “troppo banali”) con questa provocazione: «Meno sindacati, più Tea Party». Cogliamola: voi cosa avreste proposto di meglio?
La riduzione della spesa pubblica clientelare e improduttiva, che non rappresenta, come si vuole far credere, qualche piccola “cresta” da ricercare con la lente di ingrandimento, bensì oltre la metà della spesa pubblica globale. La spesa statale attualmente destinata alla gestione dei cosiddetti “beni pubblici” arriva a stento a coprire il 10% del Pil, ed è stato calcolato che con una cifra inferiore al 15% del Pil si potrebbe, per assurdo, addirittura elargire assegni mensili al 40% di italiani meno ricchi per pagarsi tranquillamente scuola, sanità e quant’altro. Il totale fa 25%, invece la spesa pubblica italiana supera nettamente il 50% del Pil, e di certo il 40% più povero della popolazione non si trova in una situazione di serenità economica.

Quindi?
Quindi ben più della metà della spesa pubblica statale è puramente parassitaria e improduttiva. E poi la Repubblica Italiana controlla un patrimonio (tra beni mobili, immobili e partecipazioni) che potrebbe coprire quasi l’intero stock di debito pubblico nazionale. Occorre vendere e privatizzare il più possibile: se una famiglia è soffocati dai debiti, non è giusto che nasconda in cantina l’argenteria per poi andare a piangere miseria dai vicini di casa pretendendo di pagare i debiti con i loro sudati risparmi.

Al di là del vostro slogan (“meno tasse, più libertà”) a quali misure concrete puntate?
Noi chiediamo una riduzione delle tasse che sia generalizzata nei confronti di ogni categoria produttiva, a partire da lavoratori autonomi e dipendenti, dalle famiglie e dalle piccole e medie imprese. Circa l’iter del prelievo fiscale, riteniamo sia necessario un ripensamento ed una semplificazione degli istituti relativi alle fasi di auto-dichiarazione. L’obiettivo finale della nostra battaglia fiscale è l’ottenimento della “flat tax”, la tassa piatta che garantisce la stessa aliquota per tutti, necessariamente più bassa della minore aliquota attuale. Vediamo anche con favore meccanismi come quello del quoziente familiare e siamo favorevolissimi a un federalismo fiscale autentico: la concorrenza fiscale tra le diverse istituzioni e la vicinanza territoriale tra contribuenti e centri di spesa può fare molto per ridurre il salasso sul lungo termine, com’è testimoniato dall’esempio virtuoso dei cantoni svizzeri.

Come ci si smarca da un movimento che in America è caratterizzato da un forte conservatorismo? Come si declinano i vostri principi politici ed economici?
Il movimento Tea Party, in Italia, è rivoluzionario. Anche da noi esiste, per quanto minoritario, un pensiero che è “conservatore” in termini culturali e valoriali, ma che tuttavia non è stato contaminato dallo statalismo, dal collettivismo, dall’assistenzialismo della cultura dominante. Esistono anche molte realtà organizzate che, pur essendo in alcuni casi permeate da profondo senso religioso, o in altri da un forte attaccamento ai valori tradizionali e identitari, hanno però un approccio moderno e liberale relativamente alle libertà di mercato. Tra le nostre fila ci sono persone con storie e convinzioni politiche differenti, militanti di diversi partiti e diverse coalizioni, nonché moltissime persone di semplice buon senso che magari con la politica non hanno mai avuto niente a che fare. Il nostro movimento, comunque, sia in America che in Italia rimane del tutto “single issue”, si concentra cioè solo sulla tematica fiscale e su quelle direttamente collegate: spesa, debito, moneta, burocrazia, concorrenza, eccetera. Non impone posizioni univoche in tema di religione, politica culturale, bioetica, immigrazione, oppure politica estera e militare. Conservatori culturali e progressisti convivono fianco a fianco, con l’obiettivo comune di ridurre il peso e il potere dello Stato.

Genesi pressoché spontanea, slancio anti-politico, battaglia sulla riduzione degli emolumenti dei Parlamentari: ricordate il Movimento Cinque Stelle.
In parte. Per il movimento Tea Party la spontaneità è una precisa scelta di metodo, mentre il contenuto della nostra battaglia riguarda la tematica fiscale. È vero che entrambi i movimenti si presentano come anti-politici, ma l’anti-politica dei grillini è contraddittoria, parziale, discontinua e spesso a senso unico. Ne è una prova lampante il sostegno del Movimento Cinque Stelle al recente referendum per emendare il decreto Ronchi sulla gestione dei servizi idrici: dicono di essere “contro la casta”, ma solo perché sono politicamente ostili alla maggioranza attuale. In realtà la loro fede nello statalismo (e quindi nella politica) è cieca e totale. Noi, viceversa, dialoghiamo con tutti, politici compresi, senza fanatismo e senza settarismo.

Alla politica chiedete solo di farsi da parte? Qual è l’esponente politico che rispecchia di più la vostra visione?
Noi alla politica chiediamo prima di riformare, riducendo il peso dell’apparato statale e le sue intromissioni nella vita dei cittadini, e solo dopo di farsi da parte. Per essere ancora più chiari: noi non abbiamo alcuna fiducia nel passaggio di competenze dai politici ai cosiddetti “tecnici”. I politici, infatti, hanno tanti difetti, ma hanno almeno il pregio di doversi esporre al verdetto delle urne una volta ogni qualche hanno: una responsabilizzazione molto parziale (soprattutto con questa legge elettorale) ma pur sempre una responsabilizzazione. Invece i burocrati non eletti (categoria di cui fanno parte, per esempio, anche i magistrati) sono generalmente inamovibili. Chiediamo che i politici riducano le competenze e le prerogative dello Stato, non che le consegnino intatte a qualche “super-casta” di burocrati autoreferenziali.

Tremonti sostiene: «Tutto è libero, tranne ciò che è espressamente vietato». Siete d’accordo con le decisioni annunciate dal premier e dal ministro dell’Economia sulla manovra?
Secondo Tremonti l’attuale formulazione dell’articolo 41 della Costituzione italiana sarebbe di ostacolo alle riforme di liberalizzazione e di semplificazione burocratica a vantaggio delle imprese. Una riforma in senso più liberale non può far male, ma rappresenta poco più di un esercizio retorico, mentre i veri problemi rimangono ignorati. Si tratta di uno specchietto per allodole: per non fare riforme reali, che hanno un costo politico elevato perché vanno ad incidere su sacche di privilegio e blocchi di potere consolidato, si tentano riforme “di principio” che non cambiano nulla nella realtà dei fatti. Non bisogna risanare il bilancio, ma risanare il settore pubblico, del quale il bilancio si limita a rappresentare i flussi finanziari. Una riforma davvero migliorativa e completa dovrebbe prevedere, oltre a un vincolo di bilancio e a un tetto del debito, anche un tetto massimo alla pressione fiscale. Alzare le tasse per ridurre il deficit sarebbe una cura ancora peggiore del male.

Veniamo alla terra d’origine, gli Usa. Il settimanale britannico The Economist, pochi mesi dopo la sua nascita, lo aveva definito ”il movimento politico attualmente più vibrante in America”. Ad oggi, l’accordo sul debito ha tutta l’aria di un essere stato un boomerang. È pericoloso o opportuno evitare sempre il compromesso?
L’accordo sul debito ha costretto tutti a riconoscere un forte peso del Tea Party all’interno della politica americana, ha rassicurato tanti attivisti “teapartiers” sulla coerenza e sulla correttezza dei politici da loro eletti, ha smentito la disinformazione che rappresentava il movimento come un’accozzaglia di fanatici religiosi e cupi guerrafondai (mentre in realtà i temi che il movimento pone sono solo ed esclusivamente economici), oppure come una trovata di marketing politico in seno al Partito Repubblicano (mentre, al contrario, il movimento è nato e cresciuto proprio contro l’establishment dei partiti tradizionali). D’altra parte ha vinto la fazione di coloro che pretendono di risolvere una crisi del debito facendo sempre più debito. Non solo il tetto di indebitamento federale è stato alzato, ma la cosa è avvenuta a fronte di tagli della spesa nettamente inferiori e fumosamente procrastinati nel tempo: in pratica si fa più debito (sicuro) oggi, di quanto non si taglierà (forse) domani.

Alcuni hanno parlato di lodevole fermezza dei Tea Party, altri di vera e propria estorsione politica.
Se stai con il “partito del debito” sei un responsabile, e se stai con il “partito dei tagli” sei un estorsore… L’amministrazione Obama ne è peraltro uscita vincitrice (anche se malconcia), malgrado il continuo lagnarsi di “ricatti” vari. In realtà quella dimostrata da coloro che hanno votato “No” all’accordo è stata pura e semplice onestà politica: sono stati eletti, grazie al movimento Tea Party, solo ed esclusivamente per limitare l’espansione delle tasse, della spesa, del debito e dei poteri governativi. Votare in modo differente per omologarsi alle logiche consociative del “partito trasversale della spesa” sarebbe stato semplicemente un tradimento del loro mandato elettorale.

I tagli alla spesa pubblica non sembrano molto mirati: secondo un sondaggio dell’istituto Pew Center for the People and the Press, il 72% degli americani ha espresso opinioni negative rispetto alle trattative sul tetto del debito statunitense. Il movimento si è evoluto o involuto?
In effetti gli attivisti ed i simpatizzanti dei Tea Party sono i primi ad avere opinioni negative sulle trattative sul tetto del debito e sulla loro conclusione. Il compromesso scontenta tutti, ma per ragioni opposte: per i Tea Party il nuovo innalzamento del tetto è solo l’ennesima iniezione di eroina per rimandare la crisi d’astinenza (peggiorando però lo stato di salute generale del paziente). Per tutti gli altri, governo compreso, è una dose troppo blanda e troppo tardiva, insufficiente. Il movimento a mio parere si è evoluto, in questi mesi, proprio perché si è definitivamente smarcato dall’immagine macchiettistica e politicamente confusa che la stampa liberal aveva cercato di cucirgli addosso, concentrandosi sull’economia e dimostrando la sua indipendenza dal Partito Repubblicano.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: